E’ il derby. Ma non è più, purtroppo, il derby di una volta. Quello di oggi rassomiglia molto ad un film già visto con elmetti che spuntano dietro ogni angolo, con i defender (quelli che usano i Carabinieri) una volta definiti jeep, fermi ad ogni incrocio, con i ragazzoni anti sommossa con manganelli, manette e pistole d‘ordinanza. No questo non è il mio derby. E’ un altro derby. E proprio per queste motivazioni io non ci sarò. Non ci sarò sugli spalti del Comunale per assistere al derby fra Teramo e Giulianova o Giulianova Teramo che per me sono la stessa cosa. Non ci sarò e non ci tornerò fino a quando le situazione non tornerà a livelli di mormalità . E, a questo punto, qualcuno potrebbe obiettare: ma che vuole dire normalità? Normalità significa che una partita di calcio deve restare una partita di calcio. Perché così io la ricordo.
Erano anni diversi da quelli di oggi. A Giulianova c’era il presidente Orsini con il fedele vice Stacchiotti, a Teramo c’era Profeta, c’era Pedicone, ce ne sono stati tanti. E la domenica del derby era consuetudine- se si giocava a Giulianova- scendere ad ora di colazione, trovare il tavolo già prenotato da Beccacceci dove l’indimenticato “don” Carlo aveva provveduto a far cucinare le migliore portate di pesce che puntualmente gustavamo irrorando tutto con sano vino della casa che ”don” Carlo andava di persona ad acquistare nella zona di Montone. Gustata la colazione a quel dio biondo, si saliva verso il “Fadini”, ci si sedeva in tribuna e si seguiva il derby. Con lo spirito giusto, con un clima ideale che si respirava a pieni polmoni. Non c’era la divisione fra noi e loro, ma siedevamo uno accanto all’altro, quasi a contatto di gomito, uno magari accendeva la sigaretta all’altro. Era davvero un altro derby. Finita la partita si riscendeva verso la spiaggia, ma l’appuntamento era presso la distilleria di Orsini, dietro la curva. Attorno ad un tavolo ovale il “presidente” ci faceva trovare le sue delizie (confetti, dolci, liquori) che assaggiavamo e tornavamo con la mente a quelle azioni di gioco che avevamo visto poche minuti prima al “Fadini”. C’era allegria, c’era lo spirito giusto, c’era l’atmosfera ideale per parlare di calcio. Passavano la ore senza accorgersene, poi il gruppo risaliva verso il Belvedere per l’ultimo caffè, a seguire breve passeggiata per ammirare il panorama sempre splendido e poi ognuno se ne tornava tranquillamente a casa propria. Con una promessa: ci saremmo rivisti al derby di ritorno.
Il programma era identico, cambiava solo il menù: via il pesce e spazio alla carne teramana con le delizie del palato che quelli della mia età ricordano con nostalgia. Coratelle, animelle e quant’altro: tutto di prima scelta, cucinato secondo le regole dell’arte culinaria doc. E popi con calma al Comunale avendo ancora in bocca il sapore della sfogliatella e dello spumino. Chi vinceva o chi perdeva: tutto relativo. C’era il sano sfottò, c’era la sana allegria di una domenica trascorsa con glia mici di Giulianova. Adesso nulla è come prima. Ed io non ci sarò. Mi dispiace ma non ci posso far nulla. Le sirene, l’elicottero che volteggerà sul Comunale non mi appartengono. Non sono in prima linea. Questo calcio non è quello che volevo.
Il cronista matusa.

